Cassetta degli attrezzi

Raccogliamo qui alcuni spunti bibliografici sul quartiere Ferrovieri, sull’analisi urbana del ruolo dei quartieri popolari e sulle potenzialità del camminare come pratica estetica.

Emilio Franzina, in Spazi della storia, spazi della memoria. Il Quartiere dei Ferrovieri racconta, Giuseppe Piccolo, Francesco Pulin, Pietro Vignato, Vicenza, Stocchiero Grafica Editrice, 1988, pp. 20-21

Più o meno sollecitate, le memorie e le storie di vita convergono tutte in direzione di uno stesso fine che non può essere quello definito da Hobsbawm e dai suoi collaboratori della «reinvenzione della tradizione» – di cui per i quartieri urbani d’età contemporanea si percepisce l’inutilità e l’improponibilità -, ma che diventa in parte, a mio avviso, una «reinvenzione del presente» e che forse si congiunge al noto progetto – accarezzato tante volte nel periodo post-bellico sino allo scadere degli anni ’60 – di fare dei quartieri operai e popolari un rinnovato centro di vita sociale effettiva e gratificante.
Se poi un tale disegno, come sappiamo, non andò in porto e se anzi gli stessi quartieri operai nati ex novo ai primi del secolo o negli anni successivi conobbero a propria volta uno snaturamento progressivo e inarrestabile, alla memoria si aprono spazi ulteriori che rimangono comprensibilmente aggrappati ai confini fisici e ai connotati d’origine: per i «Ferrovieri» di Vicenza una data importante è quella che segna la fine dell’isolamento delle aree circostanti e la costruzione nel 1969 di un cavalcavia destinato a oltrepassare e a vanificare la barriera materiale (e un poco anche simbolica visto ch’era composta di rotaie) d’uno scomodo passaggio a livello.
Chi ha vissuto prima di quella data entro l’irregolare perimetro che definisce l’essenza non solo urbanistica del Quartiere, ha modo e titolo per risalire lungo i pendii della memoria verso la «cuna» di un’età che le ultime e ultimissime trasformazioni – sia quelle già compiute con lo smisurato ampliamento della zona industriale odierna e sia quelle in predicato d’essere perpetrate con l’erezione d’inquietanti edifici a raggerà sotto gli invisibili colli di Sant’Agostino, un tempo limite estremo e gratificante dello «sguardo» – rischiano di promuovere al rango d’età primigenia e non solo, bensì pure beata.
A una ricerca futura spero si potranno consegnare gli esiti di tante indagini orali tuttora in corso tra le file di quegli operai e di quei militanti della sinistra che per mezzo secolo almeno concorsero a far assegnare ai «Ferrovieri» la nomea e un poco anche i pregi del quartiere «rosso» (i Nicoletti, i Cibele, i Savio, gli Zanella); né si potrebbe dimenticare che nella storia operaia di Vicenza fu un significativo «passaggio di testimone» quello che a un certo punto spostò qui, vicino ai giorni nostri, l’ubicazione e la sede definitiva della Camera del Lavoro nata più d’ottant’anni addietro nel centro storico e subito insediata nel cuore dei quartieri popolari ed operai di vecchio regime come il Trastevere.
Per ora, citato il particolare su cui del resto sarà necessario intrattenersi ancora più avanti, basti invece il ricordo di un padre passionista, lo Stanislao Mattiello che commemorando sul giornale cittadino la figura di un confratello e sodale giovanile parla, affettuosamente a suo modo, delle stimmate operaie e politiche del luogo riandando appunto con la memoria ai «Ferrovieri» degli anni Trenta: «…un quartiere eminentemente operaio, con venature socialistici, povero, se volete, ma vivo, garrulo, con sciami di ragazzi in tutti gli angoli e soprattutto contraddistinto da un senso profondo di umanità e solidarietà».

David Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città, Verona, ombre corte, 2012, pag. 101

Molte lotte che sono descritte come animate esclusivamente dalla forza lavoro delle fabbriche rivelano, a un esame più attento, di poggiare su una base molto più ampia. Margareth Kohn, per esempio, lamenta che gli storici di sinistra tessono le lodi dei consigli di fabbrica della Fiat all’inizio del XX secolo, e passano sotto silenzio il fatto che era a livello di comunità nelle “case del popolo” che prendevano soprattutto forma le richiesta politiche e si organizzava gran parte del sostegno logistico. E.P. Thompson descrive come la formazione della classe operaia inglese si sia realizzata nelle parrocchie e nei quartieri tanto quanto nei luoghi di lavoro. Che fine avrebbe fatto l’occupazione di fabbrica a Flint se non ci fossero state fuori dai cancelli le masse dei disoccupati e le organizzazioni di quartiere ad assicurare immancabilmente il loro sostegno morale e materiale? E non è forse interessante notare come nel caso degli scioperi dei minatori britannici negli anni Settanta e Ottanta, quelli che vivevano in estere aree urbanizzate come Nottingham sono stati i primi a gettare la spugna, mentre le comunità più strettamente coese della Northumbria si sono mantenute solidali fino alla fine? Per portare avanti le lotte dei lavoratori, organizzare le comunità si è rivelato importante quanto organizzare i luoghi di lavoro. E nella misura in cui i luoghi di lavoro tradizionali stanno scomparendo in molte parti del cosiddetto mondo capitalista avanzato (naturalmente non in Cina o in Bangladesh) diventa sempre più importante l’organizzazione del lavoro all’interno della comunità.

Francesco Careri, Walkscapes, Torino, Einaudi, 2006, pp. 46-47

Tristan Tzara nel manifesto del 1916 aveva dichiarato che Dada è «decisamente contro il futuro», trovando già nel presente ogni sorta di universo possibile. Le azioni urbane compiute all’inizio degli anni venti dal gruppo parigino che si era formato intorno a Breton sono già lontane dai proclami futuristi. La città dadaista è una città del banale che ha abbandonato tutte le utopie ipertecnologiche del futurismo. La frequentazione e la visita dei luoghi insulsi sono per i dadaisti una forma concreta per operare la dissacrazione totale dell’arte, per giungere all’unione tra arte e vita, tra sublime e quotidiano. E’ interessante notare che il teatro della prima azione di Dada è proprio la moderna Parigi, la città dove già dalla fine del secolo si aggirava il flâneur, quel personaggio effimero che ribellandosi alla modernità perdeva il suo tempo beandosi dell’insolito e dell’assurdo vagabondaggio per la città. Dada eleva la tradizione della flânerie a operazione estetica. La passeggiata parigina descritta da Benjamin negli anni venti è utilizzata come forma d’arte che si inscrive direttamente nello spazio e nel tempo reali e non su supporti materiali. Sarà Parigi dunque la città che per prima si offrirà come territorio ideale di quelle esperienze artistiche che cercheranno di dare vita al progetto rivoluzionario del superamento dell’arte inseguito dai surrealisti e dai situazionisti.

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