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Un Commento

  1. Gianni Sartori

    ciao, invio questo contributo tardivo alla “memoria storica” del nostro fiume (e non solo) GS

    VADE RETRO RETRONE!”
    (… dove si svela che fine avesse fatto il mitico canotto del Club Speleologico Proteo dopo essere stato impietosamente “rottamato”)
    Gianni Sartori

    Il percorso lungo cui si snoda il fiume Bacchiglione attraversando Vicenza è relativamente noto. Così come i ponti che lo scavalcano (ponte Novo, ponte Pusterla, ponte degli Angeli…). Meno conosciuto quello del più sinuoso fratello minore Retrone. Anche se la nascita negli anni novanta del Parco Fluviale del Retrone in zona Ferrovieri (da un progetto di Elena Barbieri che si era inspirata al parco fluviale di Pforzheim, in Germania) ha sicuramente contribuito a renderlo più familiare ai vicentini.
    Una coincidenza. L’idea per la prima stesura di questo racconto (rimasto finora inedito e sepolto in uno scatolone tra riviste e volantini) risale ad un ventennio fa, quando insieme alla Barbieri, all’epoca responsabile di Legambiente di Vicenza, percorsi le sponde del degradato Retrone (tra scarichi industriali e fuoriuscite di un depuratore malfunzionante) nel tratto che da S. Agostino, sfiorando i Colli Berici, si dirige verso la città. Scopo del nostro sopraluogo tra rusari, ortighe, bise e pantegani, individuare un’area su cui fosse possibile la realizzazione di un parco fluviale strappando alla metastasi edilizia quel residuo brandello di campagna. Rive selvagge, impraticabili. Con il senno di poi, potevano restarsene anche così che la biodiversità aveva solo da guadagnarci. La fangosa ricognizione ebbe comunque un effetto collaterale. Riportarmi alla memoria quel viaggio semiacquatico ormai dimenticato e sepolto (o meglio, affondato). Un pretesto per riattivare la memoria, dato che il fluire dei ricordi ha profonde analogie, ancora in parte inesplorate, con lo scorrere dell’acqua.
    Aprile 1975. I giorni dell’ira a Milano, Torino e Firenze con assalti alla sedi missine. A Vicenza un modesto corteo antifascista per la morte di Varalli, Zibecchi e Micciché. Niente di speciale, anche se già si andava coagulando (tra ex di Potop, di Lc, qualche anarchico, perfino qualche ex figiciotto e cani sciolti…) la locale versione di Autonomia Operaia che nel giro di pochi mesi avrebbe trasformato il vicentino (soprattutto l’Alto Vicentino) in una delle aree calde del nord-est. Per quel giorno fui un operaio assenteista…
    Ma una manifestazione non bastava per esorcizzare quel senso di morte. Complici la giornata quasi estiva e la frustrazione (o l’eccesso di adrenalina) decisi su due piedi che era giunto il momento di tradurre in pratica un vecchio progetto a lungo solo vagheggiato. Attraversare Vicenza discendendo il Retrone a bordo del vecchio canotto che per un decennio era stato utilizzato dal gruppo speleologico “Proteo” per superare il laghetto di Caronte al Buso della Rana, all’epoca ancora la grotta più lunga d’Italia. Canotto considerato ormai quasi inservibile o comunque pericoloso dato che periodicamente si sgonfiava nei momenti meno opportuni. Sentimentale come al solito, non me l’ero sentita di vederlo mandare in discarica e lo avevo acquistato cercando poi di ripararlo alla meglio con toppe da bicicletta. Affrontare quel fiume, in odore di fogna a cielo aperto, assumeva i contorni di una sfida; non tanto ai pantegani e alla leptospirosi, ma più o meno inconsapevolmente, al conformismo, all’omologazione, ai binari precostituiti dei percorsi quotidiani (un po’ situazionista, dai…). Una reazione anticipata e preventiva all’infrangersi di qualche sogno in più come gli avvenimenti di quei giorni preannunciavano inesorabilmente. Insomma, “prima di cadere sul fango della via…” preferivo andare ad impantanarmi per bene da solo. Compagno di navigazione, il dottor Dino Sgarabotto già in procinto di partire volontario per il Kenia con il CUAMM. Entrammo in acqua al ponte del quareo, non lontano dalla basilica romanica di Sant’Agostino e dalla zona industriale. In due in un canotto da un posto e mezzo scarso, un groviglio di gambe e pagaie con i piedi che sporgevano e lambivano il liquame, pardon l’acqua. Unico conforto, il robusto rivestimento in tela cerata che aveva dato buoni risultati anche sugli infidi, irregolari e taglienti fondali dei laghetti sotterranei.
    Si procedeva tranquillamente, nonostante le numerose e inquietanti bocche di scarico che riversavano copiosamente sostanze multicolori di incerta origine e da cui cercavamo di tenerci alla larga. Sapevamo di essere in prossimità di luoghi a noi ben familiari, ma al momento non identificabili data l’insolita prospettiva. Le “Valli di sant’Agostino” dove fiorivano gli iris di palude, quelli gialli; la palestra di roccia della Gogna dove si poteva ancora incontrare d’inverno qualche esemplare di picchio muraiolo; la voragine Bedin (non ancora scandalosamente riempita di materiali); la chiesetta di san Giorgio, un’eredità longobarda…
    In questo tratto il Retrone lambisce le estreme propaggini dei Colli Berici e il suo corso ne riproduce, mantenendosi a distanza, il profilo in pianta. Costeggia poi l’area a ridosso della stazione ferroviaria e si dirige verso il centro storico. Dopo il ponte della ferrovia si intravedeva la passerella per pedoni (e ciclisti con bici a mano), abituale e indispensabile scorciatoia per la Gogna e per sfuggire momentaneamente al traffico. Come la passerella, anche alcuni grandi alberi (piope) qui svettanti vennero in seguito sacrificati per una nuova arteria. Se non ricordo male, per accedere alla passerella si attraversava un praticello incolto (con figari e un paio di statue ricoperte di edera) da dove si poteva scendere alla sponda del fiume tra pietre e mucillagini verdastre. Qui un giorno rinvenni un vistoso esemplare di carpa a specchi, boccheggiante e arenata tra le pietre. Le periodiche, micidiali e non certo casuali fuoriuscite notturne di scarichi industriali non lasciavano scampo alle creature del fiume. In altre occasioni avevo scorto esemplari di luccio trascinati, a decine, dalla corrente e ormai senza forze. Da allora qualcosa è cambiato? Temo che ormai (nonostante l’installazione di un depuratore, ma periodicamente sommerso dalle alluvioni) carpe e lucci siano estinti. Anche perché, se in teoria la coscienza ambientale è aumentata, la produzione industriale (e i suoi effetti collaterali) molto di più.
    Dopo aver costeggiato il Campo Marzo e superato il punto in cui la Seriola si riversa nel Retrone (una cascatella frequentata dalle cutrettole che all’epoca trasportava insieme all’acqua anche qualche pesce rosso evaso dai Giardini Salvi), riconobbi un albero, una paulonia, di cui negli anni cinquanta (in epoca non sospetta) avevo impedito lo sradicamento per gioco da parte di alcuni coetanei. Per la cronaca, è ancora lì, vivo, vegeto e vegetale. Parentesi di archeologia industriale. In questo punto, fino agli anni ’20, le acque della Seriola venivano catturate da una conduttura che scavalcava il fiume per andare ad alimentare la Filanda Sperotti sulla riva opposta.
    Fuoriuscendo da una delle due arcate di ponte Furo venimmo intercettati da una squadra di turisti impegnati a immortalare uno degli scorci più suggestivi (“fa tanto Venesia…”) della città del Palladio. Anche se, bisogna dirlo, a pelo d’acqua quel giorno il fetore era irrespirabile. La vicinanza ti frega, a volte.
    Sbarcammo per una breve sosta sulla scalinata consunta di un vecchio imbarcadero. Ad additarci il cammino, il braccio proteso e consumato dal tempo di una statua di san Martino. Forse in passato sosteneva una lampada per i naviganti nottambuli. Coincidenza, si tratta proprio della scalinata e della statua che si intravedono, avvolti nella nebbia del fiume, all’inizio del film di Mazzacurati “Il prete bello” (tratto dal romanzo di Parise) del 1989. Sulla riva opposta, sovrastando alberi e case, troneggiavano la cupola verde rame della Basilica (ricostruita dopo i bombardamenti del 1944) e la Torre Bissara con la caratteristica, lieve, inclinazione. Qui avremmo dovuto risalire e concludere l’avventura. Ma, dopo un rapido consiglio di guerra e aver rigonfiato per bene (con una pompa da bicicletta) il canotto, decidemmo di riprendere la navigazione nonostante le incognite. Fino a quel punto eravamo sopravvissuti (e il nostro natante non si era sgonfiato neanche tanto), ma cosa ci avrebbe riservato il tratto successivo? Immerso tra le abitazioni, da qui il fiume ci risultava meno conosciuto. Transitammo serenamente sotto l’unica arcata di ponte san Paolo cercando invano sulla riva destra i resti dell’imbarcadero del mitico “ammiraglio” Pivetta, ricordato anche da Goffredo Parise nelle sue opere ambientate a Vicenza, .
    Gradualmente, tra ponte san Paolo e ponte san Michele (un autentico scorcio veneziano a Vicenza) il numero dei pantegani era andato aumentando con ritmo esponenziale. Le simpatiche bestiole spuntavano da ogni pertugio e orifizio, come nell’incubo di un etilista in crisi di astinenza. Zampettavano agilissimi sui bordi in cemento delle rive, si intrufolavano nei tubi di scarico, attraversavano il fiume con noncuranza, da vera specie dominante.
    D’altra parte erano a casa loro e noi eravamo gli intrusi. Intrusi che intanto facevano gli scongiuri pensando al precario equilibrio dell’imbarcazione. In prossimità del ponte delle Barche (si dice di origine romana) il viaggio divenne una vera calata agli Inferi.
    Solo un’arcata era relativamente sgombra e accessibile. Riuscimmo a infilarla per puro caso, grazie più alla lieve corrente che alle nostre maldestre pagaiate (“pagaierete caro, pagaierete tutto…”, una condanna biblica). Nell’altra arcata, completamente ostruita, si era formata una barricata di ramaglie e immondizie varie. Appena superato il ponte, ci accorgemmo che l’acqua scura (limacciosa?) del fiume era solcata da un rivolo rosso vivo. Eravamo in corrispondenza del macello comunale (poi trasferito in zona Est) da dove sgorgava una sorgente di sangue fresco insieme a frattaglie di ogni genere. Attorno si affollavano orde di ratti e alcuni esemplari di columba livia metropolitana, magri e spennacchiati come avvoltoi in miniatura. Mi ricordai (con un senso di disgusto che preannunciava la mia scelta vegetariana) della lunga teoria di anelli in ferro sul muro esterno, all’inizio di viale Giuriolo, dove talvolta avevo intravisto i vitellini qui legati in attesa dell’esecuzione. Anche se all’epoca non avevo ancora ben colto il nesso tra oppressione umana e oppressione animale, già allora tutto ciò mi appariva ignobile. Venti anni dopo, salvando un vitellino (Alex, in memoria di Langer) dal mattatoio, avrei in qualche modo, simbolicamente, riscattato quella miopia che non ci permetteva (anche a noi compagni) di ribellarci per le sofferenze inflitte ai nostri fratelli animali. Ma questa è un’altra storia.
    Tornando al Retrone (anzi “nel Retrone”), vorrei precisare che non ero (e non sono) particolarmente suggestionabile nei confronti del piccolo popolo animale. Apprezzo la presenza di chirotteri svolazzanti nelle grotte (evitando comunque di frequentarle in inverno, dato che un brusco risveglio dal letargo potrebbe risultare fatale per le simpatiche creature) e nutro profonda simpatia per natrici, ramarri, rospi (“più rospi, meno ruspe”), salamandre, talpe (le ciupinare) e altre creature. Rispetto assoluto anche per le vipere (contando sulla reciprocità) e non mi inquietavo se nel sacco a pelo si rintanava qualche scorpioncino. Una volta, in un casolare abbandonato di Rio Freddo, rinvenni (e trasportai in luogo più appropriato) un’intera famiglia, la madre con i cuccioli sul dorso. E non credo di essere particolarmente prevenuto nemmeno nei confronti del ratto di chiavica di cui con il tempo ho imparato ad apprezzare le indubbie doti (l’alto quoziente intellettivo, lo spirito comunitario, il fatto che abbia contribuito a debellare la peste…).
    Ma forse in quella circostanza era stato superato un limite, la mia personale soglia di tolleranza.
    Proseguimmo oltre infilando il tratto di Retrone che qui corre parallelo al Bacchiglione fino alla stadio Menti. A separare i due fiumi soltanto il viale dedicato al comandante partigiano Antonio Giuriolo di Giustizia e Libertà. Gli anni trascorsi hanno contribuito a cancellare qualche ricordo. Sicuramente avrò pensato al mio incontro di qualche anno prima con una famiglia di Sinti in fuga nella notte nebbiosa (v. “Correva l’anno 1970…” su Germinal n. 113-114)
    Ricordo invece che percorremmo incerti e sempre più lentamente l’ansa, all’epoca circondata da alberi frondosi, retrostante Piarda Fanton. Tutti ancora presenti all’appello i grandi platani di viale Margherita destinati loro malgrado ad un attimo di celebrità quindici anni dopo. Un contenzioso tra amministrazione comunale che intendeva abbatterli tutti per far posto ad un ampliamento stradale e una solitaria ambientalista (Elena Barbieri, sempre lei!) che in una giornata di pioggia sottile si piazzò davanti alle ruspe per impedire l’ennesimo ecocidio riuscendo a salvarne tre su quattro.
    Immersi nell’alveo profondo, tra antiche case e muraglie, discutemmo del misterioso e, stando a quanto ci raccontavano alcuni parenti operai al lanificio Rossi, lunghissimo tunnel in cui il Retrone si infilava come un fiume carsico e dove l’azienda scaricava coloranti e detergenti in quantità industriale. Che fare? Decidemmo di sbarcare e concludere la nostra escursione fluviale. Ormai in vista del ponte dei Marmi, ci portammo a ridosso della riva destra che apparentemente sembrava più abbordabile. Ricoperta d’erba, ci aveva tratto in inganno. Il suolo era in realtà un amalgama, un appiccicoso e fetido impasto di fanghiglia, liquami e oleosi scarichi industriali. Qui il capitalismo riversava le sue viscere maleodoranti. Appena posai il piede, mi venne risucchiato. Sprofondai in quelle infette sabbie mobili fino a metà polpaccio riuscendo a fatica ad estrarre l’estremità resa ormai nauseabonda. Spingemmo nuovamente il cannotto nella corrente e affrontammo l’ignoto destino. Dopo ponte dei Marmi, per un breve tratto, il Retrone si riavvicina al Bacchiglione, nei pressi del monumento ai Dieci Martiri (fucilati dai fascisti proprio sulla striscia di terra tra i due fiumi). Poi l’antro buio ci divorò totalmente, pur lasciando intravedere nella penombra un luccichio dovuto alle sottili increspature dell’acqua. Sperando di non incontrare un dislivello eccessivo, una cascatella, proseguimmo trasognati tra indistinti pilastri in cemento (le pupille si andavano allargando) ormai nelle viscere dell’impianto industriale, detto el stabiimento (senza la “elle”), dal caratteristico color zucca. Riemersi alla luce e al calore, il primo saluto da una viatara (gallinella d’acqua), una madre con pulcini neri al seguito. Ignara o indifferente rispetto all’inquinamento, aveva scelto di nidificare su questo scampolo di riva ricoperto da uno stentato canneto, un po’ squallido ma al riparo dalle doppiette. Poco dopo transitammo sotto una delle due passerelle di corde, quella lesionata da un’esplosione che mio padre aveva attraversato a forza di braccia durante il bombardamento del 1944 (v. “Mio padre partigiano” su A-Rivista anarchica n.289). Eccitati per lo scampato pericolo, ci lasciammo trasportare fino alla confluenza con il Bacchiglione. Con le pagaie sollevate e cantando inni sovversivi, sfilammo sotto gli occhi allibiti di alcuni pensionati che, bici alla mano, stavano tranquillamente discorrendo sulla riva dove all’epoca iniziava l’aperta campagna.
    Gianni Sartori

    nda Ma cosa c’entra ‘sto pezzo sul Retrone con la speleologia? C’entra, c’entra, almeno indirettamente.
    Intanto lungo il corso del Retrone c’era un buon esempio di “speleologia urbana”, il tunnel sotto il lanificio Rossi, anche se all’epoca l’esplorazione di cunicoli, catacombe e fognature (possibilmente in disuso) non andava ancora di moda. Per non parlare poi della miriade di fori, orifizi e aperture altamente evocativi (in senso speleologico s’intende) che si spalancavano lungo l’infernale percorso.
    E poi quelle giornate di rivolta dell’aprile 1975 sono entrate di diritto nella storia della speleologia italiana. Da quando vennero ricordate dallo speleologo (e compagno) torinese Andrea Gobetti nel suo “Una frontiera da immaginare” dove si parla soprattutto di grotte, ma non manca qualche riferimento alle lotte degli anni settanta e in particolare di quelle giornate dell’aprile 1975. Giornate in cui Andrea, amico di Tonino Micciché (uno dei tre compagni ammazzati in quei giorni), ebbe una parte attiva. Tanto attiva che al nipote di Piero Gobetti costò poi la galera. Ma è soprattutto il “mezzo” (il canotto) a qualificare l’articolo come parte integrante della speleologia vicentina. Almeno di quella non ufficiale, considerando che all’epoca il sottoscritto era già stato espulso dal sodalizio per eccessiva esuberanza (anche se ho sempre pensato che la politica c’entrasse qualcosa, visto che la proposta di espulsione era venuta da un democristiano di destra). Il “mezzo”, dicevo. Ed è noto che “il mezzo è il messaggio”. Magari chi l’ha scritto non pensava ai mezzi di trasporto, ma tant’è. Scripta manent e poi ognuno ci vede quel che gli pare. Per concludere. Avevo conservato per molti anni il nobile reperto, anche quando era ormai inservibile, pensando di poterlo un giorno donare a qualche Museo della Speleologia Prealpina Triveneta insieme a vetuste scalette e ingombranti lampade a carburo, convinto che chi perde la memoria del passato rinuncia a capire il presente e si lascia fregare il futuro. Purtroppo sembra essere scomparso dopo l’ennesimo trasloco. Peccato. gs

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